Cristo benedicente con quattro serafini

Cuspide di un tabernacolo, bassorilievo in marmo d’Istria. 55 x 75 x 18 cm

Maestro della Tomba di Niccolò V, scultore attivo a Roma nella prima metà del Quattrocento

Provenienza:

Già collezione prof. Luigi Grassi, Roma, 1930/1940, Ugo Donati, Molinazzo di Monteggio, Svizzera, metà anni ‘40. Collezione privata, Svizzera

Bibliografia:

L. Rosselli, A. Piccioli, Gemme d’arte antica italiana: Rassegna illustrativa di quadri e sculture dal sec. XIII al sec. XVI in raccolte private, introduzione di R. Van Merle, testo di L. Venturi, Milano 1938, p. 15, 31-32, fig. a p.337.

Engel, catalogo della mostra a cura di G. Freuler, Credit Suisse, Galerie Le Point, Zürich 1999, n. 51.

Sul piano stilistico, l’opera qui esaminata è molto vicino all’Eterno benedicente del Sepolcro Eroli conservato nella Grotte Vaticane, che,  dall’antica lapide visibile ancora oggi, sembra fosse davvero la cimasa di quel sepolcro: nella Fototeca dell’Istituto Germanico di Storia dell’Arte di Firenze, quest’opera è schedata  come opera di Giovanni Dalmata, un importante scultore nativo di Traù ed attivo tra Lazio e Umbria per poi giungere a Roma, dove lavorò con il Bregno e Mino da Fiesole, occupando un ruolo importante nella scena artistica di quegli anni, come indica, ad esempio, il Monumento al Cardinale Roverella in San Clemente a Roma, realizzato nel 1476 in collaborazione con Andrea Bregno che presenta, nella volta, un Dio-Padre benedicente.

Inoltre, la nostra lastra è vicina anche ai marmi smembrati della Tomba di Niccolò V, deceduto nel 1458, eseguita da Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata e non lontana da quelli della Tomba di Callisto III, morto nel 1458. La paternità di questi complessi, nonostante un prezioso e recente contributo apparso nel volume Mirabilia Italiae (2000) dedicato alla Basilica Vaticana, deve essere ancora meglio approfondita, tanto che, nel caso specifico, i marmi ricordati non sembrano adeguatamente riprodotti.

Riteniamo eseguita la nostra lastra, nella quale il Redentore è ammantato in un panneggio classicheggiante, dal “maestro della tomba di Niccolò V” che lavorò fianco a fianco con i più celebri scultori attivi presso la corte papale, i quali, attraverso botteghe bene organizzate, erano in grado di eseguire numerosi lavori per la Basilica di San Pietro.

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